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Raimondo Fanale

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La fuga dei cervelli

Scritto da Raimondo Fanale • Mercoledì, 4 ottobre 2006 • Categoria: La mia città

Molto interessante e produttiva l'evento tenutosi a Sarzana lo scorso fine settimana. A parte i seminari sulle tecnologie, durante i quali sono stati presentati diversi prodotti di "stampo domotico", l'attenzione è stata catalizzata dalle due tavole rotonde, dove si è parlato molto del problema dei "cervelli in fuga" dall'Italia.


La mia impressione si può sintetizzare puntando il dito sulla cultura del dubbio, o più esattamente la mancanza di essa. Sembra che le persone vogliano solo soluzioni, ma senza cercarle. Durante la prima tavola rotonda si parla di difetti, di idee, del problema soldi e del collegato meccanismo dei finanziamenti, individuando in questi temi i motivi principali della fuga dei cervelli dal nostro paese. Una considerazione mi è piaciuta molto, e viene dall'Ing . Antonio Esposito di Mondokey, che come mi ha anche confermato durante uno scambio di opinioni diretto, non ama "lamentarsi" o "sentire lamentele" fini a sè stesse. E la sua considerazione è focalizzata sulle università italiane, che tanto vengono criticate. Accolgo la sua opinione, dal momento che di esperienza fuori dal nostro paese ne ha molta: se le nostre università sono davvero così carenti (difetti certamente ce ne sono) allora perchè il tipico "cervello" italiano all'estero riesce a produrre e trovare spesso soddisfazione? Allora il problema è da ricercare altrove, forse anche nelle imprese stesse.

In Italia è altrettanto difficile accumulare quanto mettere in pratica le conoscenze acquisite in un posto di lavoro. Negli anni 80 il Giappone ha fato degli "investimenti" a 20-25 anni, invitando esperti stranieri. Allora siamo forse in ritardo su questo processo pluriennale. O forse ci sono delle "pillole" che possiamo assumere per cercare di tamponare questo fenomeno almeno in questa fase, come lo sharing dello stipendio dei ricercatori: aziende, stato ed università che concorrono a fornire al ricercatore un salario quantomeno pari a quello che prenderebbe fuori Italia.

Aspetto le vostre opinioni...

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4 Commenti

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  1. Il problema serio secondo me è perché fare ricerca in Italia: da noi meritocrazia significa corruzione, nel resto del mondo invece premiare chi lavora meglio. In un paese dove conta solo scaldare poltrone, o sedie, o sgabelli, per un tot di ore al giorno, a chi importa chi lavora bene e chi meno? Il lavoro è un "valore aggiunto" con cui premiare amici e questuanti, si da agli amici e si toglie ai nemici... Quindi non deve essere produttivo, o di qualità. Il suo ruolo è controllo sociale, non autonomia del singolo e soddisfazione personale per i risultati raggiunti. E purrtroppo questo si vede anche e soprattutto ai massimi livelli della ricerca. Vedi Rubbia emigrato in Spagna (ah, ne parleranno a report questa domenica..).
  2. Attenzione, Nay.
    Possiamo giustamente cercare le cause del male nella corruzione, ma non volgio certo aprire un flame di persone che si danno addosso sulla politica ed sul clientelismo.
    Accetto di buon grado il tuo commento, e rispondo così:
    che tutto il sitema sia bacato o no, poco importa, dal momento che i "pesci piccoli" di fatto non agiscono per un interesse globale.
    Ci siamo trovati spesso a parlare del problema del lavoro e della meritocrazia, ma la ricerca prima che un business dovrebbe essere una "missione". Ma anche le missioni hanno bisogno di soldi, ed ecco che generalmente scatta il buiness. Ad uno stesso obbiettivo si può arrivare da più strade: se la strada attuale è il business, per me potrebbe anche andare bene, il problema è che nessuno di noi alla conferenza vedeva nei "busines plan" statli un ipotesi a lungo raggio. tutto qui...
  3. Non era mia intenzione spostere il discorso solo sulla politica, o sulla corruzione, che anche se risulta essere endemica nel sistema nel quale ci troviamo a vivere, non aiuta comunque più di tanto a capire quale sia la strada da percorrere per avere soddisfazioni e sviluppi sul piano sia lavorativo che della ricerca e dell'innovazione.

    I problemi sono vasti, ma nella ricerca trovano il loro nodo gordiano. Diciamo che è una specie di cartina di tornasole per analizzare cosa veramente si sta facendo per risolvere i problemi che ci tolgono il sonno. E non si vedono passi avanti per motivi sia esterni alle ditte (corruzione etc) che interni (scarsa volontà di mettersi in gioco).
    I "pesci piccoli" non vedono perché mettersi contro il trend, ed i "pesci grossi" hanno tutto l'interesse a continuare in un modello di business che li vede dominanti.

    Quello che volevo sottolineare è il fatto che la ricerca non prende piede perché la maggior parte delle imprese non fanno ricerca perché sentono di non averne grande bisogno, in quanto cercano altrove i loro punti di forza per mantenere posizioni sul mercato.
    Per fortuna nell'informatica questo non può valere in assoluto, in quanto ci si trova a competere con l'estero in maniera diretta, al contrario di altri campi. E questo da un po' di speranza per il futuro. Ma la mentalità dominante rimane quella del piccolo orticello, chiuso in se stesso e sostanzialmente incurante di quello che avviene fuori.

    Se una buona fetta dell'intellighentia si scrollasse di dosso questo modo obsoleto di vedere le cose, il sistema intero si "autocorreggerebbe". Insomma, ci sarebbe bisogno di applicare il metodo informatico di confronto con gli altri in tutto, ma non ci sono forti volontà a farlo, se non nei campi del costo del lavoro ed altre cosucce del genere, che per assurdo sclerotizzano ancora di più la situazione, portando la competizione non sulla qualità ma sui costi.
  4. Ciao Raimondo ho letto il tuo articolo ed è molto interessante!!! x piacere mi potresti fare un testo argomentativo sulla fuga dei cervelli entro oggi ?? GRZ 1000

    NB. nn molto lungo e difficile visto che sono di 2° superiore grz 1000 ancora ciao3a

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